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.: Emiliano Grisostolo - Il castello incantato :.


Il castello incantato - Emiliano Grisostolo



Il nuovo libro di Emiliano Grisostolo, ideale seguito de il grande burattinaio, nel quale ci descrive un mondo criminale dedito al rapimento ed commercio di innocenti, ce ne svela un altro risvolto.
Un'organizzazione che sfrutta le stesse tecniche, ramificazioni e procedure utilizzate per alimentare il mercato delle adozioni illegali e della pedofilia, per fare profitti vendendo giovani donne, una merce che è al centro di un grande mercato internazionale della prostituzione, donne che vengono sottratte alla loro vita, alla loro quotidianità ai loro affetti, per essere scaraventate nell'orrore della schiavitù, non saranno più persone ma oggetti messi in vendita, in vetrina su un marciapiede, collezionate in qualche pseudo-harem come fossero orologi o automobili di lusso, o in qualche stanza degli orrori a disposizione di maniaci depravati che non hanno nessuna qualità umana, ma solo un mucchio di quattrini che consente loro di soddisfare ogni voglia.

Come per il traffico di organi, la pedofilia, ci siamo abituati a pensare che siano pratiche troppo inumane per essere vere le voci che circolano a riguardo, ci vogliamo consolare pensando che siano rare deviazioni, che siano una specie di leggenda metropolitana, purtroppo occorre prendere in seria considerazione queste ipotesi. Per esempio quante ragazze africane, o dell'est europeo vediamo stazionare sui marciapiedi delle nostre città, alla mercé di organizzazioni più o meno ramificate dedide a guadagnare il più possibile sulla pelle ampiamente esposta delle giovani prostitute, obbligate o convinte in qualsiasi modo con le buone o con le cattive a vendere il loro corpo.

Dagli archivi del commissario straordinario del governo per le persone scomparse, nell'aprile del 2008 risultano 23.545 le persone scomparse in Italia di cui si cercano ancora tracce.
E 9.720 sono minori, soprattutto stranieri (7.963) ed il dato è in continuo aggiornamento, e purtroppo in crscita.
Anche supponendo che circa due terzi siano persone che abbiano scelto di sparire per loro scelta, allontanandosi dalle famiglie, si tratta comunque di numeri impressionanti, se anche una minima percentuale di questi casi fosse riconducibile ad un qualche traffico di esseri umani si tratta di una tragedia davanti alla quale è impossibile chiudere gli occhi.

E di certo non chiude gli occhi, Bartolomeo Noti, il protagonista del romanzo avvocato in pensione che dedica la sua vita a cercare di risolvere i casi di sparizione di giovani donne, quando anche la polizia getta la spugna, e che contattato dalla madre dell'ultima donna scomparsa, cercherà di dipanare una matassa intricata, senza badare a spese e senza risparmiarsi per giungere alla verità.

 
il castello incantato

 

La ragazza cammina a passo svelto.
È come si sentisse osservata.
C’è qualcosa nell’aria che non le piace.
Un odore, un profumo, un suono che le entra nel cervello e preme, preme con forza.
Le fa quasi male, ma lei stringe i denti e va avanti in silenzio.

Non c’è nessuno a farle compagnia. Si sente sola, ha paura. Attorno è buio, un’oscurità interrotta ogni
settanta metri da un lampione che emana una luce gialla e fioca, di quelle che fanno rabbrividire.
Si chiama Maria, la ragazza, e ha per la testa tante cose, pensieri che vanno e vengono, pensieri di ogni specie che si mescolano alla paura, al buio, ai rumori delle auto che le sfrecciano a fianco, ai latrati di cani lontani.
L’affollato centro di Milano è piuttosto vicino, ma questo non le dà sicurezza.
Vorrebbe trovare qualcuno a cui chiedere aiuto, ma a chi? E perché poi? Penserebbero che è pazza.
Si sente strana. Forse sta diventando pazza sul serio, pensa, mentre marcia un piede dietro l’altro verso casa.
Un passante, finalmente. Vorrebbe fermarlo, dargli la mano, ma l’idea le dura un momento: come può sapere se quello è un tipo tranquillo o se invece è un assassino, uno stupratore, un bastardo violento che ti spacca la faccia con un pugno?

Pensieri contorti. Pensieri senza senso, perché attorno a Maria, in questo preciso momento, non c’è odore di violenza.
Fissa una macchina che corre, due fari che sfregiano la notte e scappano via.
Da chissà dove fischia una sirena.
Sembra quella di un’ambulanza.
Maria svolta a destra, in una traversa più stretta della principale, meno frequentata, più buia.
L’oscurità ha contorni ancor più vaghi, come l’angoscia di Maria.
Ma è la strada di casa, e tra poco ci siamo.
La sirena fischia ancora, da sinistra, lontana.
Dai, Maria, solo trecento metri.
Da questa parte non c’è marciapiede, meglio attraversare.
Si gira. Da destra arriva una macchina, ha solo le luci di posizione accese, va piano.
Dai, Maria, ti lascia passare. Da sinistra non viene nessuno. Ma lei aspetta, la macchina la supera e lei si accorge che non è una macchina, è un furgone.
Sposta il peso del corpo sul piede destro verso l’asfalto, in due salti è dall’altra parte.
Un ticchettare di scarpe alte accompagna una donna fuori dall’ombra, davanti a lei. Indossa una giacca nera, che sembra piuttosto leggera per la stagione, ha occhiali da vista troppo grandi, che le coprono i lineamenti del viso, un po’ come le star della tivù.
È alta, cammina veloce anche lei.
Forse anche lei ha paura di questo buio, di questo silenzio. Del nulla in cui si muovono spedite.
Incrociandosi, si scambiano uno sguardo d’intesa quasi fosse un abbraccio, poi gli occhi puntano di nuovo davanti, Maria di qua, la donna di là.
E tutto torna come prima.
Mancano cento metri, il buio s’è fatto pece e la luna non si vede. La palazzina silenziosa e severa che l’aspetta si staglia verso l’alto, poco più avanti, in una lunga sagoma appena più scura del cielo.
Per farsi compagnia, Maria ripensa alla donna che ha incrociato. Chissà chi era, da dove veniva, dove va.
Chissà perché ha scelto occhiali così grandi.
Ma ecco che risente ticchettare, alle sue spalle. Si volta, le mani nelle tasche e i gomiti stretti ai fianchi.
Sì, c’è qualcuno dietro di lei, e cammina veloce.
Mancano cinquanta passi alla porta di casa, stai tranquilla, Maria, non è come in quei film del terrore in cui tutto si anima di vita propria, è solo suggestione.
Trenta passi, poi venti, poi dieci. Il ticchettio si avvicina, e Maria si avvicina al vialetto di casa.
Gira a sinistra ruotando la punta della scarpa sulla ghiaia umida, cinque passi, tanto è lungo il vialetto, tira fuori la chiave, l’allunga con la destra verso la serratura. L’odore di casa l’afferra e la tira dentro, sana e salva.
Il ticchettio se ne va, passa oltre.
Il cuore di Maria batte all’impazzata. Vede dai vetri una sagoma che si allontana.
Ha il passo secco, deciso, quasi fiero, di chi ha paura e non vuole darlo a vedere.
Sale le scale. Gli esseri sinistri e misteriosi che le davano la caccia sono svaniti, il cuore è tornato a un ritmo regolare. Entra nel suo appartamento, accende tutte le luci, toglie un taccuino dalla tasca della giacca, spegne il cellulare – a quest’ora non la chiama più
nessuno – poi va in cucina, accende il fornello, riempie una pentola d’acqua e ce la mette sopra.
Un odore sgradevole le ricorda che stamattina ha dimenticato di gettare via la spazzatura, chiude il sacchetto pieno, lo sostituisce con uno nuovo.
Decide che
non è il caso di tenersi la puzza tutta la notte, è meglio scendere, andare a buttarla.
Spegne di nuovo il gas, è una ragazza prudente.
La giacca ancora addosso, riprende le chiavi, riscende le scale e mentre sta per riaprire il portoncino si accorge che dall’esterno qualcuno spinge, cerca di entrare.
A prima vista non lo riconosce, il cuore le balza di nuovo in gola, ma è quello del piano di sopra.
“Oh buonasera, signor Màrtiri”, gli dice, e sorride.
Non chiude il portoncino, lo accosta soltanto, tanto è roba di pochi metri, il cassonetto è appena fuori dal vialetto.
Rimmergersi nel buio, però, le fa risalire l’angoscia.
È di nuovo sola, in quel nero denso, e le luci gialle e lontane dei lampioni sono mani di spettri impalpabili che si allungano deboli e viscide fino a lei.
Apre con il piede il cassonetto che cigola, stringe il sacchetto e con un mezzo giro del braccio lo lancia all’interno, lo guarda volare lungo la breve traiettoria stretta, lo sente piombare in un tonfo su qualcosa di duro che dev’esserci in fondo, non sente il motore che si avvicina.
Toglie il piede dal pedale e lascia cadere il coperchio verde speranza, un altro tonfo.

Si volta appena, ma un uomo l’afferra e le mette una mano sulla bocca, la alza di peso, Maria prova a reagire ma non ce la fa, si sente venir meno.
I suoi pensieri non hanno più forma, è come un senso di sonno, una debolezza improvvisa, non capisce.
Chiude gli occhi e le pare di volteggiare come una foglia secca, sente solo la schiena aderire a una superficie fredda, poi più niente, le palpebre si risollevano di una fessura e prima che una forza irresistibile gliele richiuda le pare di essere su un’ambulanza.
Sì, è un’ambulanza.
In cabina c’è un uomo al volante, accanto quello che ha preso Maria.

Maria Purini ha ventun anni, vive da sola da quasi un anno.
Ha affittato un appartamentino all’interno 3 della palazzina.
Non ha un ragazzo, non ha figli, solo i genitori e qualche amica.
I due dell’ambulanza sanno quasi tutto di lei.
Sono due personaggi curiosi, l’uno il contrario dell’altro, come quasi tutte le strane coppie messe insieme dal caso.
Fanno questo lavoro da tre anni, pulito: su commissione, indisturbati, con logica e rigore, senza correre mai troppi rischi.
Se non li hanno ancora pizzicati vuol dire che ci sanno fare.
E chiedono parcelle adeguate.
La dose di narcotico basta per un’oretta, il tempo di portare la ragazza a destinazione.
In una villa di campagna fine Ottocento, rimessa totalmente a nuovo, protetta da qualsivoglia indiscrezione da un’ampia tenuta.

Dal cancello d’entrata, la costruzione imponente è così lontana che sembra la casetta dei sette nani.
Non hanno una gran testa, questi due, ma è tutta messa a partito nel crimine.
Di solito non si sopportano granché e non hanno niente di cui parlare, anche ora stanno in silenzio.
Come due predatori che si portano via la gazzella ancora calda prima che il branco se ne accorga.
Meno che mai parlano del committente.
Un personaggio ancor più strano e misterioso di loro. Non si conoscono, non si sono mai visti in faccia né l’hanno mai sentito al telefono, ma il tipo paga e paga bene:
basta eseguire gli ordini e farsi i fatti propri.
Sarebbe un medico – stando alle voci – che avrebbe abbandonato la professione per dedicarsi a un’attività assai più redditizia.
Tra loro tutto funziona via SMS.
Alla consegna, c’è la busta coi soldi ad aspettarli.
Sporchi, maledetti e subito, come si dice.
“Gira a destra Ivo, prendiamo l’altra strada”, dice quello che ha preso Maria.
“Ok Toni”, risponde quello al volante.
Non sono i loro nomi veri, ma è così che li chiamano nel giro.
Prima facevano i passeur di confine, portavano bambini stranieri in Italia.
Dopo un paio di viaggi risolti per il rotto della cuffia hanno deciso di cambiare rotte e mercanzia.
Ragazze anziché bambini, tanto per cominciare, e – di preferenza – trasporto interno, niente estero.
Si guadagna bene lo stesso, si rischia assai meno e ci si diverte.

“Io a destra ci giro, ma stasera alla discarica non mi fermo, d’accordo?”, fa Ivo.
“E perché? La ragazza non è male, no?”.
“Stai a sentire, Toni, mi conosci bene e sai che non mi faccio certi scrupoli, ma se gliela consegniamo come uno straccio quello se ne accorge”.
“Ah ma allora dillo che sei tu quello che comanda, adesso, così mi adeguo...”.
“Io non so che se ne fanno di queste ragazze, se le vendono, le uccidono, se se le scopano e poi le mandano a fare le puttane, non lo so, non mi interessa e non lo voglio sapere...”.
“Ehi ehi! Stai calmo, e questo che c’entra? Ti sarà mica venuta una crisi mistica? Sei sempre stato il primo ad approfittare...”.
“Non m’interessa. Stasera è così e basta”.
“Ma io non capisco perché con questa qua dietro a disposizione...”, la voce di Toni esplode dentro la cabina mezza appannata, ma resta come a mezz’aria.
Ivo inchioda le gomme a terra, lo guarda e fa:
“Adesso andiamo alla villa. E il discorso finisce qui”, scandisce le parole, una a una.
“Eh ma come sei suscettibile! Era solo così, per chiacchierare...”.

 



 




 

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Ultimo aggiornamento venerdì 29 marzo 2013 alle 11:25