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.: Jonathan F. Englert - Elementare Randolph :.


Elementare Randolph - Jonathan F. Englert



randolph Ricevo da Rosa la recensione di un simpatico libro su un cane appassionato di romanzi gialli, che solleticato dal suo fiuto e spinto da un sesto senso canino, indagherà sulla morte di un famoso scrittore, e porterà il suo refrattario padrone a spasso per new York alla ricerca di indizi e prove.


 «Incredibile.»
Ora l’avevo fatto davvero. Avevo alterato per sempre il nostro rapporto. Lui avrebbe capito che ero perfettamente razionale.
Le conseguenze erano gravi e inconoscibili.

Lui è Harry, la voce narrante è Randolph, il suo cane.
Randolph è un labrador nero molto speciale: legge Dante e capisce il linguaggio degli uomini e degli animali.
PedroNon guarderò mai più Pedro, il mio cane, nello stesso modo dopo aver letto questo libro.
Adesso ho le prove reali della sua superiorità e del fatto che è lui a comandare me.
Devo dire che Pedro non lo nasconde, al contrario di Randolph ogni occasione è buona per obbligarmi a fare qualcosa per lui: non è educato?
No, semplicemente ha un carattere molto forte e la testa dura, il gene da Husky lo rende una guida e la sua parte da pastore tedesco comandante.
Vorrebbe forse una slitta, ma continua a chiedermela in tedesco canino?

Per quanto siano sempre chiari i suoi ordini, l’interpretazione dei gesti e dei toni resta aleatoria e non saprò mai se ce la intendiamo davvero o se è solo un suo tentativo di farmi sentire meno idiota…
Leggere questo libro non mi ha chiarito la questione, sono solo consolata dall’amore infinito di cui sono capaci. Non so se Pedro mi capisce, ma mi vuole bene.
Ed anche io lo amo nonostante tutte le incomprensioni.

Il libro è indicato anche agli appassionati di bradipi.

 
elementare Randolph

 

NATALE A CASA DI JACKSON

Un bradipo del Guatemala dà motivi di apprensione

[…]
L’agitazione di un bradipo del Guatemala è diversa da quella di qualsiasi altra creatura del pianeta tranne la spugna di mare.
È qualcosa di sottile, di estremamente sottile.
Mi vanto tuttavia di possedere una generale sensibilità nei confronti delle altre specie animali e mi attengo da tempo all’ideale di Henry James:‘ essere un [cane] a cui nulla sfugge ’.
questa sensibilità implica che, se un bradipo del Guatemala contrae l’orecchio destro per tre volte in un minuto e accompagna la contrazione con due battiti di ciglia e un fremito della coda , io capisco subito che qualcosa non va.

Presi congedo da Harry e Jackson e zigzagai tra scatoloni, stampe e polverose bottiglie di cognac fino a raggiungere la base dell’albero di Marlin.
‘tutto bene?’ chiesi.
È qui d’uopo una parola sulla comunicazione tra specie diverse: si riscontra una macroscopica carenza di letteratura di carattere scientifico e/o pratico sull’argomento.
Con eccezione di alcuni delfini di SeaWorld, cui sono stati impiantati gli elettrodi, si sa ben poco su ciò che si dicono gli animali di specie differenti, sempre ammesso che si dicano qualcosa.
Tutto quello che so è limitato all’angusto ambito delle mie esperienze ed è il prodotto di fortuiti incontri con scarafaggi, topi, uccelli e un bradipo del Guatemala di nome Marlin.
I movimenti esteriori, i gesti e l’aspetto fisico complessivo di un animale offrono ben pochi indizi sulla velocità, l’ampiezza e l’intelligenza globale del suo cervello.
Utilizzerò me stesso come esempio.
Un cane vanta uno scarso controllo muscolare sulla propria faccia.
La mia, fissata in una maschera di perenne inespressività, non fa nulla per rivelare la mente all’interno.
Una totale mancanza di controllo sulle ghiandole salivari, lingua e coda mi rende quasi impossibile assumere la postura tipica di una dignitosa riflessione filosofica.
Sono come un essere umano prigioniero di un corpo paralizzato, la cui intelligenza è smentita dal meccanismo non cooperante che racchiude la mente.
Anche Marlin condivide tale problema.

I bradipi del Guatemala potrebbero benissimo figurare tra le creature più intelligenti sulla terra.
Il loro linguaggio è costituito da acute raffiche di informazioni estremamente condensate: si immagini un fax che trasmetta un migliaio di pagine al secondo.
Eppure i loro corpi sono quasi paralitici.
Nell’ora trascorsa nel nostro arrivo a casa di Jackson, Marlin era riuscito ad arrampicarsi solo per cinque centimetri e a mangiare tre foglie.

L’animaletto non rispose e io commisi l’errore di ripetere la domanda.
A quel punto il suo orecchio destro si contrasse per la quarta volta e le raffiche sonore ebbero inizio.
Nel vorticoso flusso di informazioni che seguì, fortunatamente ripetuto da Marlin per riguardo verso la più limitata velocità della mia unità elaborazione dati centrale, appresi che l’appartamenti di Jackson dava su quello in cui era morto Overton.
Lui si scusò di non potermelo indicare, ma il gesto gli avrebbe richiesto l’intera giornata, spiegò.
Sfregando il muso sul pavimento, mi infilai fra i tendaggi e il suo albero per raggiungere la finestra.
Mentre cercavo l’appartamento giusto tra le varie file di finestre, la descrizione dell’interno fornitami da Marlin mi condusse fino a quello desiderato.
Si trovava giusto di fronte, dall’altra parte della strada, sullo stesso piano benché posto leggermente più in basso.
Una parola sulla vista dei cani (o almeno sulla vista di questo cane) che smentisce la convinzione generale:
1. vedo a colori
2. ci vedo bene quanto Hanry, a dir poco.

Nel caso specifico, l’appartamento distava diversi metri, eppure riuscii a distinguere chiaramente la sala da pranzo dove si sarebbe dovuta tenere la seduta spiritica, tratti del corridoio lungo il quale Overton aveva fatto la sua ultima passeggiata verso il bagno, e una camera da letto.
Fu quest’ultima ad attirare la mia attenzione: le pareti erano interamente ricoperte di arazzi straordinari.
Sembravano di origine indiana, ieratiche raffigurazioni tradizionali di divinità indù su lussureggianti fondali scuri.
Su una console che correva lungo il muro erano allineati ninnoli di vetro dall’aria fragile, e c’erano cortine di pizzo sul letto a baldacchino.
Nessuno avrebbe mai rinchiuso un cane come Daisy Mae in una stanza del genere.
Mi girai nuovamente verso Marlin.
La coincidenza della nostra prossimità al teatro della morte di Overton rappresentava forse il motivo della sua agitazione postprandiale? Un’altra raffica sonora mi informò che non era affatto così.
La storia non era ancora finita, spiegò il mio amico del Centroamerica, e io dovevo prestare maggiore attenzione se volevo sperare di capirla.
Marlin aveva riconosciuto Harry tra coloro che avrebbero dovuto partecipare alla seduta spiritica.
Aveva osservato la morte di Overton e il periodo immediatamente successivo, ma anche varie settimane di andirivieni nell’appartamento di fronte.
In realtà aveva visto cose cui nemmeno un bradipo del Guatemala riusciva a dare un senso, cose che lo avevano spaventato.

 
Jonathan F. Englert

 



 


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Ultimo aggiornamento venerdì 23 aprile 2010 alle 17:39