Un posto unico al mondo, con una chiesa posta sulle pendici di una roccia: una meta perfetta per primavera.
La prima reazione, davanti al Katskhi Pillar, è sempre la stessa: incredulità. Quel monolite calcareo che svetta per circa 40 metri nella valle del fiume Katskhura, nell’Imereti occidentale, sembra un trucco ottico, un errore di prospettiva destinato a dissolversi cambiando angolazione.
E invece è reale, scolpito nei millenni da acqua e vento quando la zona era ancora sommersa dal mare. Una colonna naturale così perfetta da sembrare costruita dall’uomo, e invece modellata dalla natura con una precisione che lascia senza parole.
Un posto unico al mondo: una chiesa a oltre 40 metri d’altezza
Siamo in Georgia, terra di confine tra Europa orientale e Asia occidentale, un Paese segnato da conversioni antiche, invasioni e una tradizione monastica che affonda le radici nella roccia. Eppure, nessuno dei celebri monasteri rupestri prepara davvero alla vista del Katskhi Pillar. I geologi lo definiscono un residuo calcareo, ciò che resta dopo che il terreno circostante è stato eroso.
I fedeli, invece, lo chiamano Pilastro della Vita, simbolo della Vera Croce. Guardarlo dal basso provoca un misto di vertigine e reverenza, come se la natura avesse voluto creare un altare sospeso tra terra e cielo.
Sulla sommità del pilastro, in un equilibrio che sfida ogni logica, si trovano edifici religiosi risalenti probabilmente tra il IX e il X secolo, anche se alcune tradizioni li collocano ancora prima.

La città a 40 metri di altezza – Amicigg.it
Quando gli archeologi scalarono la roccia per la prima volta in epoca moderna, nel 1944, trovarono resti di un luogo di culto, tre celle per eremiti, una cripta funeraria e perfino una piccola cantina per il vino. Fino ad allora, il sito era avvolto nel mistero, citato solo da un erudito del XVIII secolo che parlava di una chiesa irraggiungibile in cima a una roccia.
La città porta il nome di un ex gruista
La rinascita spirituale del Katskhi Pillar è recente e porta il nome di Maxime Qavtaradze, un ex gruista che negli anni ’90 decise di dedicarsi alla vita monastica. Con l’aiuto degli abitanti e dell’Agenzia Nazionale per la Conservazione del Patrimonio Culturale, restaurò gli edifici e installò una scala metallica lunga 40 metri, oltre a un sistema di carrucole per sollevare materiali e viveri.
Per oltre vent’anni visse lassù, scendendo solo due volte alla settimana per partecipare alle preghiere nel monastero ai piedi del pilastro. Nel 2015 lasciò la residenza permanente, ma continua a guidare la comunità monastica che oggi si alterna nella salita per momenti di preghiera e manutenzione.
La domanda che molti visitatori si pongono è se sia possibile raggiungere la vetta. La risposta è netta: no. L’accesso alla scala è vietato ai turisti, sia per ragioni di sicurezza sia per preservare la funzione contemplativa del luogo. La visita si svolge quindi alla base del monolite, in un complesso monastico curato e immerso in un silenzio quasi assoluto.
Un sentiero conduce all’ingresso del luogo di culto, aperto generalmente dalle 10 alle 18. Avvicinandosi, si notano le corde che scorrono lungo la parete per il trasporto delle provviste e, su un primo livello accessibile, un crocifisso del VI secolo scolpito nel calcare, uno dei manufatti cristiani più antichi dell’Europa orientale ancora nel suo contesto originario.
Ai piedi del pilastro si trova la Chiesa di Simeone Stilita, costruita nel 1999, con icone e affreschi che risaltano contro il bianco della roccia. Poco distante emergono resti di mura antiche e un campanile in rovina. Allontanandosi di qualche metro lungo il sentiero, il pilastro appare ancora più sottile, quasi una lama che taglia il cielo.
Raggiungerlo è un’avventura che parte da Kutaisi e prosegue tra colline boscose, villaggi rurali e un ultimo tratto a piedi in cui il monolite compare lentamente tra gli alberi, regalando un’emozione che nessuna fotografia può davvero restituire







